Diciamocela tutta: il banchiere centrale non rientra i tra lavori particolarmente desiderati in questo momento. Dopo una lunga fase di accomodamento monetario con tassi a zero e aver visto i mercati azionari alzarsi non a livelli impensabili ma sicuramente in maniera molto veloce, adesso è arrivato il momento di pagare il conto. E come ti muovi sbagli, stretto da una necessità di controllo dei prezzi e quello di non fermare l’economia
Perché in effetti la situazione è andata un po’ fuori controllo rispetto alle attese. Indubbiamente la politica di attesa della Fed, che agisce da guida per gli altri istituti, non è stata particolarmente brillante e su cui ha pesato la guerra, non tanto per gli effetti diretti, ma per il pressante aumento delle materie prime. E dopo che Powell aveva definito provvisorio il fenomeno inflattivo, al massimi degli ultimi 40 anni, per poi cambiare idea a fine anno, anticipando di qualche giorno il picco delle borse.
E’ palese che la “Fed sia dietro alla curva” come dicono quelli bravi, ma nelle ultimo periodo sono emerse delle preoccupazioni che fanno pensare veramente ad una banca centrale in grande difficoltà. L’ utilizzo del termine “speranza” nelle dichiarazioni ufficiali per indicare che l’inflazione potrebbe aver segnato o sta per segnare un picco non è esattamente qualcosa di particolarmente confortevole per gli investitori. Noi persone normali possiamo “sperare”, che non piova per es, ma da chi governa ed impatta l’economia ci si aspetterebbe una maggiore consapevolezza
L’altro elemento di preoccupazione viene invece da un membro della Fed Bullard che ha dichiarato di non escludere, anche se lo ritiene altamente improbabile, un aumento dei tassi di uno 0,75% in un colpo solo. Fino a soli 4 mesi non era previsto alcun rialzo, poi siamo passati ad uno 0,25% ad ogni seduta, si era iniziato a parlare di un 0,50% e ora siamo arrivati a 0,75%. E’ possibile che la dichiarazione sia stata fatta ad arte anche per valutare le reazioni del mercato, ma certo le idee rimangono se non confuse, decisamente poco allineate, con il Treasury decennale americano ormai prossimo al 3% di rendimento. Adesso si evidenzia in tutta la sua portata la scelta attendista del secondo semestre del 2021 con il risultato di dover correre dietro ad un quadro sempre più ingarbugliato, in cui devono essere inseriti sia il conflitto bellico che la pandemia che ha ripreso a mordere in Cina
Sorprende al momento la tenuta dei mercati azionari, con gli indici americani che rimangono non distanti dai propri massimi assoluti mostrando una notevole tenuta. Certo, la liquidità rimane sempre abbondante sul mercato e la crisi del mercato obbligazionario causato dall’aumento molto veloce dei rendimenti favorisce l’investimento in azioni, in particolare quelle value che si trovano nel Dow Jones, anche per evitare che la liquidità venga erosa dall’inflazione. Tuttavia i movimenti molto veloci, come quelli visti sui tassi negli ultimi periodi e che potrebbe anticipare una possibile recessione nei prossimi mesi, dovrebbero spaventare maggiormente i listini azionari, che sembrano arrivati alla fine del loro ciclo rialzista. Che sembra invece iniziato su molte materie con il termine di un ciclo ribassista decennale. E con gli investitori che anche loro, forse, si aggrappano alla “speranza” che tutto rientri nella normalità. Le trimestrali delle principali aziende in pubblicazione questa settimana già forniranno un quadro maggiormente attendibile dell’economia a stelle e strisce.
A proposito di normalità, il ritorno sembra ancora molto lontano in Ucraina, anche se dopo il crollo iniziale la guerra ha impattato poco sui listini azionari. Lo scarso peso economico della Russia su scala mondiale ed il fatto che il conflitto rimanga circoscritto hanno spaventato relativamente gli investitori che ancora non vedono gli impatti degli aumenti, della materie agricole in primis, come invece si vede nei paesi poveri africani. Con un ottica decisamente cinica, caratteristica intrinseca dei mercati, gli investitori sperano in una veloce conquista russa del Donbass che permetterebbe poi a Putin di sedersi al tavolo delle trattative da una posizione di forza. Alla faccia dell’integrità territoriale ucraina e delle migliaia di morti dovuti all’acuirsi della battaglia. Ma permettendo un “relief rally” un rally di sollievo ai mercati. Mentre la vittoria di Macron nelle elezioni presidenziali del prossimo weekend sembra già scontata nei prezzi, sorprese escluse.
Per quanto riguarda gli appuntamenti macroeconomici settimanali, il focus sarà sulle trimestrali tra cui le principali sono American Express, Ibm, Johnson&Johnson, Netflix e Tesla mentre mercoledi verrà pubblicato il Beige Book della Fed propedeutico a capire le mosse nella prossima riunione del 4/5 maggio. Dati strettamente economici sono l’indice dei prezzi al consumo CPI e i sussidi di disoccupazione americani giovedi e venerdi i dati del Pmi manufatturiero dell’area euro.

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