Archiviate le riunione delle banche centrali di fine luglio, il mercato si interroga. Powell ha aperto qualche spiraglio di ottimismo sulla dinamica del rialzo dei tassi legandoli in qualche maniera ai dati e questo ha consentito un notevole rimbalzo dei listini depressi da 6 mesi di notizie negative consentendo quelle che viene definito un “relief rally” un rally del sollievo
Il dato sull’occupazione americana della scorsa settimana, molto al di sopra della aspettative, ha riportato tutti con i piedi per terra. L’economia americana rimane decisamente forte come dimostrato anche dalle trimestrali nella gran parte dei casi superiori alle aspettative e questo complica il lavoro della Fed determinata a riportare sotto controllo l’inflazione che viene invece alimentata dalle dinamiche salariali
Il mostruoso dato sull’occupazione (528 mila nuovi occupati rispetto ai 250 mila attesi nel mese di luglio) evidenzia anche la difficoltà a leggere il mondo attuale. La digitalizzazione ed il covid hanno cambiato completamente il mercato del lavoro e le abitudini dei consumatori che dopo un periodo di lock down dovuto alla pandemia sono più propensi a spendere e consumare. Creando situazioni inattese di domanda sia di beni che di servizi a cui le aziende si trovano impreparate a rispondere e che possono fronteggiare con un aumento dei costi e del personale
Effettivamente l’inflazione sembra aver fatto un picco ma a differenza delle situazione precedenti, la presenza di una domanda che continua ad essere forte sembra volerla tenere su livelli elevati per molto tempo, rendendo ulteriormente difficile il lavoro della Fed, passata sempre per bocca di Powell ad un più accomodante “wait and see” che è piaciuto molto ai mercati. In realtà proprio perché questo rialzo dei prezzi è originato da un problema di domanda più che di offerta è fondamentale un rallentamento economico per vedere un rientro dell’inflazione, la famosa “recessione indotta”. Con il rischio oggettivo che la situazione scappi di mano
Le trimestrali delle aziende americane, in esaurimento questa settimana, hanno mostrato una notevole tenuta, anche legate al cambiamento di atteggiamento dei consumatori più propensi a vivere il momento che non a risparmiare per il futuro, ma rischiano di non essere attendibili. Il forte rialzo dei tassi iniziato dalla Fed lo scorso marzo, per contrastare una inflazione arrivato ai massimi da oltre 40 anni, richiede del tempo per impattare l’economia e per aver risultati rendendo le trimestrali autunnali la vera cartina di tornasole dell’andamento dell’economia americana. Li capiremo se l’audace manovra di Powell ha provocato un ”soft landing” con prospettive poi di ribasso dei tassi nel 2023 oppure se la strada della normalizzazione dopo 13 anni di politiche monetarie accomodanti è solamente all’inizio
Mentre l’economia americana dipende per il 70% dai consumi interni, la situazione nel resto del mondo rimane decisamente complicata. A cominciare dall’Europa, che ha una guerra sull’uscio di casa, e la cui problematica principale è quella di evitare una stagflazione cioè aumento forte dei prezzi in presenza di un rallentamento economico. L’elefante nella stanza rimane sempre l’approvvigionamento energetico in balia delle decisioni di Mosca che impatta principalmente sulla Germania, da sempre la locomotiva d’Europa.
La Lagarde per il momento è riuscita a tranquillizzare i mercati con il suo scudo “anti spread” una versione ammodernata della troika che lascia poco spazio di manovra ai governi locali che ne volessero usufruire, scongiurando di fatto problematiche populiste come potrebbe essere il caso dell’ Italia dopo le prossime elezioni. Ma la debolezza della Germania permette anche un minore rigore dei conti degli altri paesi europei, in particolare quelli mediterranei. Di fatto spostando più avanti nel tempo le politiche di rientro del debito, nella speranza di una conclusione del conflitto in Ucraina
L’altra grande problematica potenzialmente destabilizzante è rappresentata dalla Cina. L’attivismo di Xi Jimping in politica estera, ed in particolare il tono aggressivo verso la provincia ribelle Tawain grazie alla sponda involontaria della Pelosi, rappresentano un classico tentativo di utilizzare il nazionalismo per far dimenticare il rallentamento economico interno e le problematiche finanziarie (che fine ha fatto la vicenda Evergrande?). In vista sia del congresso del Partito Comunista Cinese di novembre, dove Xi verrà nominato per il quinto mandato ma soprattutto per i 75 anni della nascita della Repubblica Popolare Cinese nel 2024 a cui vorrebbe donare lo scalpo di Taiwan. Con il rischio di avviare dinamiche non più controllabili

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