Ancora una volta aggrappati a Jerome Powell in questa settima dove l’appuntamento principale rimane il simposio dei banchieri di Jackson Hole. A conferma se mai ce ne fosse stato bisogno che rialzo dei tassi rimane l’argomento principale.
E non potrebbe essere altrimenti visto il mondo completamente nuovo dove ci ha portato l’inflazione, scomparsa per oltre 20 anni permettendo così alle banche centrali di impostare quella politica accomodante e di forte liquidità, nata per salvare il sistema finanziario dalla crisi Lehman nel 2008 ma poi rimasta sempre presente. L’inflazione è anche una conseguenza delle decisioni di banchieri centrali che hanno alimentato una speculazione che si è sviluppata in principale modo sui listini azionari ma che ha avuto impatto anche su tutte le materie prime, petrolio in testa
Quindi eccoci qui. Dopo aver passato quasi tre lustri a festeggiare i successi sui listini azionari (un dato su tutti il minimo registrato dall’ S&P500 a marzo 2009 post crisi subprime è stato 666, il numero del diavolo per chi tratta la numerologia, arrivando fino ai massimi assoluti di 4818 di gennaio 2022) a parte qualche incidente di percorso che ha costretto ad allargare ulteriormente le maglie delle liquidità, siamo infine arrivati alla resa dei conti. Con l’inflazione che rappresenta la tassa da pagare per un ritorno ad una normalità
Anche perché, al di là di un possibile quanto probabile continuazione del rialzo dei tassi in America, dove indubbiamente l’inflazione è generata dalla domanda, visto anche il fortissimo mercato del lavoro che comporta una pressione salariale, la vera preoccupazione risiede nel ormai prossima manovra di riduzione del bilancio della Fed, il famoso “quantitive tightening” che drenerà parte del combustibile che ha sostenuto il rialzo degli asset finanziari negli ultimi anni
Sembra pertanto difficile aspettarsi qualcosa di sensazionale da Powell questa settimana, come spesso accade quando si pongono troppo aspettative su evento. Il presidente della Fed continuerà la sua fase attendista dato che prima della prossima riunione (21 settembre) verranno pubblicati ancora due dati fondamentali come quello sul lavoro e sull’inflazione di agosto da cui si potranno trarre delle conclusioni. Sicuramente però proseguirà nella sua politica di rialzo dei tassi non solo per combattere un fenomeno che impatta sulle classi meno abbienti ma anche ricostruire quella credibilità perduta negli ultimi mesi a causa di timing sbagliati e sottovalutazioni. Consentendo cosi alla Fed di passare avanti alla curva dei tassi e determinare gli eventi dopo averla a lungo inseguita
Mentre l’America si interroga su una possibile recessione, la situazione in Europa si presenta decisamente peggiore. La crisi energetica, alimentata ad arte dalla Russia tramite il rubinetto del gas, sta impattando notevolmente sull’economia ed in particolare sulla Germania che paga in maniera marcata 20 di dipendenza energetica lascito dell’era Merkel, con fonti ben informate che indicano in due mesi l’autonomia di Gas Proprio la debolezza della locomotiva tedesca è uno tra i principali motivi della ritrosia dalla Bce a muovere al rialzo i tassi proprio per evitare ulteriori rallentamenti della crescita.
A differenza della Fed o di altre banche centrali come per es la Bank of England, che peraltro ha annunciato il prossimo arrivo di una recessione in questo caso conseguenza anche della Brexit oltre che ai prezzi energetici, la Bce deve affrontare una inflazione da offerta legata quindi agli approvvigionamenti in particolare dei combustibili meno sensibile all’aumento dei tassi ma soprattutto tenere i conto le esigenze di 19 paesi diversi. Con il rischio a questo punto molto concreto, a meno di una improvvisa conclusione del conflitto in Ucraina, che il mancato intervento si traduca in una stagflazione. Evento a cui Mosca sta lavorando da tempo viste le conseguenze sociali sulla popolazione del vecchio continente

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