Si ricomincia. Dopo la Fed questa settimana è il turno della riunione della Bce e anche della Bank of England che gia da alcuni mesi aveva anticipato un mutamento della politica monetaria accomodante, almeno a parole. A conferma che con l’inflazione non si scherza anche se quest’ultima è scappata un po’ di mano. E vorrei ben vedere il contrario con un petrolio arrivato non lontano da 100 dollari e con il prezzo del gas alle stelle. Ma in realtà, finito di buttare la croce sulle banche centrali che hanno alimentato e accompagnato il rialzo azionario ed il suo susseguente effetto ricchezza (i soldi sono finiti prevalentemente in borsa invece che all’economia reale proprio per la protezione dell’investimento degli istituti governativi) bisogno sottolineare come sia effettivamente complicato contrastare una inflazione generata dal lato dell’offerta rispetto alla domanda. Perché l’aumento dei prezzi è dovuto principalmente alla scarsità dei beni che cioè ad una limitata offerta piuttosto che ad un aumento della domanda, conseguenza dello stop and go e dell’incertezza produttiva legate alla pandemia
Sia come sia, le banche centrali impegnate a sostenere e far ripartire l’economia dopo aver rischiato ancora una volta dopo Lehaman un crollo del sistema modello 1929, si sono dimenticate dell’inflazione perdendo negli ultimi mesi il vantaggio in precedenza acquisito e dovendo ora rincorrere, che non è mai una buona cosa da fare. I mesi passati ad attendere la nuova nomina a governatore sono stati cruciali per Jerome Powell che si è trovato poi ad affrontare di colpo la problematica dopo averla negata per molto tempo. E cosi da “primo rialzo dei tassi nella primavera del 2023” si è passati a 4/5 rialzi nel 2022 e c’è pure qualcuno che ne pronostica di più. Con il risultato di vedere ribassi sui mercati azionari, in particolare sul comparto tecnologico americano che aveva guidato la festa fino ad oggi, con gli investitori sorpresi da un veloce cambiamento di scenario ma lesti a riposizionarsi in vista dei prossimi mesi
La situazione della Bce si presenta diversa, non solo perché il suo mandato si concentra sulla stabilità dei prezzi, conseguenza diretta della fobia tedesca per l’inflazione retaggio della Repubblica di Weimar negli anni ’30 a cavallo delle due guerre mondiali, che fu una conseguenza della scalata al potere da parte di Hitler. La locomotiva tedesca è ripartita ma non ai livelli che ci si aspettava con il settore Automotive che frena impegnato nella riconversione verso l’elettrico. Non aiuta neppure il rallentamento dell’economia cinese certificato dagli ultimi dati essendo la Cina un partner commerciale fondamentale per la Germania.
Al di là delle gaffe di Madame Lagarde, rimane estremamente improbabile vedere movimenti dei tassi in Europa nel 2022 anche per evitare di affossare una ripresa legati ai consumi interni e quindi all’andamento della pandemia, in assenza di big tecnologici che facciano da punto di riferimento e tralasciando le prossime importanti elezioni presidenziali francesi, altro elemento di incertezza. Certo che prima o poi la Banca Centrale Europea dovrà allinearsi ai colleghi americani e questo provocherà non poche problematiche a paesi come il nostro che beneficiano alla grande di questo artificioso livello basso dei tassi che va ad impattare sugli interessi del debito pubblico. Ma al momento anche la presenza di un possibile evento bellico alla porte dell’Europa Occidentale come nel caso Ucraina –Russa sconsiglia movimenti inopportuni sui tassi, riportando alla memoria l’improvvida mossa dell’allora governatore Trichet che alzò i tassi nel 2008 proprio un attimo prima dello scoppio della crisi dei mutui subprime
Anche perché il tempismo rimane una della variabili fondamentali sui mercati azionari. Comprare troppo presto o troppo tardi non è la stessa anche se il timing perfetto non esiste. Ma sbagliarlo totalmente espone a correzioni in corsa che possono portare a risultati sgraditi ed inattesi, con il rischio, al momento decisamente distante, di passare da una fase di rallentamento ad una di recessione. Anche perché, noi italiani ne siamo maestri, contare sempre sulla buona stella che tutto andrà al suo posto non è un buon assunto da utilizzare per navigare i mari dell’investimento, soprattutto se mossi come abbiamo visto in questo inizio anno e probabilmente per tutto il 2022 da una forte volatilità
Oltre alla riunioni della banche centrali continua la stagione delle trimestrali che sta procedendo bene con aziende che nella stragrande maggioranza presentano risultati migliori delle previsioni. Questa settimana è il turno dei altre big tech come Amazon Alphabet e Meta (Facebook) che con la loro fortissima capitalizzazione continuano ad evidenziare un problema di concentrazione del mercato che prima poi dovrà essere affrontato, anche se l’amministrazione Biden sembra troppo debole per occuparsene. Altre big a dare i risultati trimestrali saranno Exxon Mobil, Ford, Sony, Spotify e in Europa Ubs. Dati macroeconomici degni di attenzione sono il Pil dei paese dell’eurozona lunedi, (in italia si registra il maggior incremento da oltre 40 anni) ed i prezzi al consumo mercoledì proprio prima della riunione della Bce. In America il solito importante dato sulle buste paga in programma venerdi mentre giovedi attenzione ai beni durevoli e agli ordinativi all’industria.
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