Il robusto dato sulle vendite al dettaglio americane non riesce a dare una ulteriore spinta ai listini azionari con gli investitori che ancora guardano con preoccupazione all’inflazione e all’aumento delle infezioni legate alla variante delta del Covid19. Il dato sui prezzi al consumo della scorsa settimana ha fatto segnare un incremento molto maggiore della aspettative costringendo ancora una volta la Fed a difendere la sua linea di crescita temporanea, anche il rendimento dei Treasury americani sembra dire una altra cosa
I mercati iniziano a dubitare della difesa ad oltranza di Powell & co che approfittano della parola “transitoria” senza definirla, il che implica che potrebbe essere 6 mesi come 2 anni senza dare alcuna certezza. In realtà anche la Fed viaggia sul filo del rasoio terrorizzata di sbagliare il timing, cioè di uscire troppo presto con una crescita economica ed una piena occupazione non ancora completata oppure troppo tardi con una inflazione che rischia di essere già galoppante
Questa situazione è però una conseguenza diretta di anni e anni di supporto costante ai mercati finanziari che hanno inevitabilmente creato della distorsioni nelle valutazioni degli assett (basta pensare a quello che è accaduto sul legname..) e che hanno di fatto tolto anche quell’aurea di indipendenza che aveva caratterizzato l’operato della banche centrali fino a 2008 quando da arbitri sono diventate parte gioco creando di fatto una sorta di partita a poker con il baro che fornisce le carte.
Molti sottolineano che non vi erano molte alternative ad interventi massicci con il rischio di vedere deflagrare l’economia ed il tessuto sociale come nel 1929, ma adesso stiamo assistendo al rovescio della medaglia cioè l’incapacità di tornare ad una normalità, in particolare sui tassi, senza creare sconquassi o meglio far esplodere la bolla. Il tentativo della Fed è fondamentalmente questo: permettere uno sgonfiamento lento della bolla ed un ritorno verso il mercato obligazionario in un contesto in cui gli investitori si sono ormai abituati da oltre 10 anni ad avere il sostegno compiacente della banche centrali
Nel frattempo come annunciato il prezzo del petrolio, identificato come il barometro della situazione, dopo aver raggiunto quota 76 dollari sta scendendo trascinandosi dietro i listini azionari che già mostravano una certa stanchezza avendo scontato quasi tutti i segnali positivi non ultime le buone trimestrali delle banche americane della scorsa settimana. Nasdaq ed S&P500 erano infatti saliti su nuovi massimi assoluti grazie nuovamente alla performance dei big della tecnologia che pesano molto sugli indice in questione ma che forniscono una idea distorta sul respiro generale del mercato.
L’Europa corre dietro alla Stati Uniti, anche se si avvertono le prime divergenze tra le banche centrali con la Bce, che non ha all’interno del suo mandato la piena occupazione ma la stabilità dei prezzi, che difficilmente alzerà i tassi nel prossimo periodo vista anche il nuovo insorgere di problematiche legate alla pandemia, anche se all’interno del board iniziano ad esserci della discrepanze di vedute. Le problematiche climatiche viste nell’ultima settimana in Germania potrebbero cambiare il quadro e portare verso nuovi investimenti nelle settore Green e legato al clima, anche in previsione della elezioni tedesche di settembre
Rimane sempre sotto pressione anche il cambio Euro/Dollaro che rischia di scendere fino a 1,16 su aspettative di rialzo dei tassi americani oltre per una componente rifugio del biglietto verde nei momenti di difficoltà mentre il Bitcoin e le cryptovalute, passato il momento di moda, sono tornare nel dimenticatoio per rimanendo su prezzi ancora elevati
Nella settimane entrante attenzione alla Bce che fornirà la nuova forward guidance sull’inflazione e ai dati sul Pmi americano ed europeo venerdi per capire il grado di ripresa dell’economia. Da seguire anche le trimestrali di alcune aziende big tecnologiche americane e l’evoluzione all’interno dei paesi Opec per il petrolio

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